Il Marchese Che La Aspettava Bonus Scena

Graham si girò nel letto e si ritrovò faccia a faccia con sua moglie. Lei si mosse, ma non si svegliò. Almeno, non sembrava sveglia. Se durante quell'ultimo anno aveva imparato qualcosa sul matrimonio, era che le donne sapevano molto più di quanto a volte lasciassero intendere. Le baciò il naso e gli occhi di lei si schiusero. Non si sarebbe mai stancato di quella vista. I suoi occhi di un blu intenso batterono le palpebre davanti a lui, e lei sorrise.
«Buongiorno», disse lei con voce assonnata.
«Buongiorno», disse lui. Le cinse la vita con un braccio e la strinse al petto. «Ti rendi conto di che giorno è oggi?»
«Certo. È il giorno in cui sei diventato l'uomo più fortunato della terra», lo canzonò.
«Su questo non posso contraddirti. Buon anniversario, amore mio», disse, baciandole dolcemente il collo.
«Buon anniversario», rispose lei. Quello era stato un primo anno di matrimonio meraviglioso. Certo, avevano vissuto alti e bassi, ma nel complesso la loro vita insieme era colma di felicità. Arabella si voltò lentamente, ostacolata nei movimenti dal ventre prominente. Aspettavano il loro primo bambino ormai da un giorno all'altro. Sospirò mentre cercava una posizione comoda. Ormai nulla di ciò che faceva sembrava esserle d'aiuto. Quel bambino non sarebbe mai nato abbastanza presto.
Graham scese a fare colazione con il padre, ma Arabella non si mosse dal letto. In quanto donna sposata, le era consentito fare colazione nella propria stanza. All'inizio le era occorso un po' di tempo per abituarsi, ma adesso quel rituale le piaceva. Soprattutto quel giorno. Sarebbe rimasta a letto per tutta la giornata, se avesse potuto.
Arabella si alzò dopo aver mangiato una fetta di pane tostato e bevuto del tè. Per qualche ragione, quel giorno non aveva molta fame. Si vestì lentamente con l'aiuto della cameriera. Poi si accomodò davanti alla toeletta e lasciò che la domestica le acconciasse i capelli. Avrebbe preferito di gran lunga lasciarli sciolti sulle spalle, ma non sarebbe stato decoroso che la futura duchessa di Bolingbroke fosse vista in un tale stato di trascuratezza, anche se ormai era prossima al parto.
Scese al piano inferiore e raggiunse Graham nello studio. Lui lavorava già da un'ora quando finalmente lei lo raggiunse.
«Buongiorno, mia cara. Come ti senti?», chiese. Posò il lavoro e aggirò la scrivania per andarle incontro.
«Sto bene. Oggi ho soltanto troppo caldo. Mi domandavo se ti andrebbe di fare una passeggiata nei giardini. Forse l'ombra e una piacevole brezza mi farebbero bene», suggerì.
«Ne sarei lieto.» Le offrì il braccio e insieme uscirono per passeggiare sui prati. Graham lasciò che fosse Arabella a stabilire il passo. In quei giorni era più lenta, ma c'era da aspettarselo. Graham la vide trasalire per il dolore e si fermò immediatamente.
«Che c'è, mia cara?», chiese.
«Niente, oggi mi fa piuttosto male la schiena», rispose. Si massaggiò la parte bassa della schiena, cercando di cancellare dal viso ogni traccia di dolore.
«Hai le doglie?», domandò Graham, scrutandola da capo a piedi.
Arabella scosse il capo. «Non credo siano contrazioni. Sento soltanto l'addome irrigidirsi ogni pochi minuti. Non sono regolari, però. Il medico aveva detto che sarebbe potuto accadere.»
Graham la guardò come per dire: «Come fai a essere tanto calma?» Lui avrebbe mandato a chiamare le levatrici non appena lei avesse mostrato un qualunque segno di dolore o di parto imminente.
Arabella rise. «Non è ancora il momento. Inoltre, il bambino non può nascere nel giorno del nostro anniversario», scherzò. Il suo sorriso, tuttavia, ebbe vita breve. Un istante dopo arrivò un dolore autentico ed entrambi udirono un «pop!». Arabella abbassò lo sguardo e vide che sotto le sue gonne si stava formando una pozza.
«Oh, cielo», fu tutto ciò che riuscì a dire.
Graham chiamò sua madre, che accorse in giardino per aiutare la nuora. Insieme la accompagnarono nelle sue stanze e Graham andò a cercare il medico. La camera del parto non era un posto per un uomo.
Quando tornò con le levatrici e il medico, si limitò a indicare le scale, nella direzione generale della propria stanza. Ma invece di udire le grida, come aveva previsto, non sentì nulla. Arabella doveva essere meno avanti nel travaglio di quanto lui avesse creduto.
Attese con il padre nella biblioteca per quello che gli parve un tempo infinito. Il sole attraversò il cielo e tramontò, ma il bambino continuava a non arrivare. Graham si fece sempre più inquieto. Desiderava stare accanto alla moglie, aiutarla anche soltanto in piccola parte, ma sapeva di non poterlo fare. Suo padre gli assestava di tanto in tanto una pacca sulla schiena, per rassicurarlo, supponeva.
«È stato così difficile anche quando aspettavi che nascessi io?», domandò Graham, frustrato dalla propria inutilità.
«È stato difficile a ogni parto. Non oserei certo affermare che aspettare sia la parte più dura. Qualunque donna sarebbe in disaccordo.» Risero insieme. «Nel tuo caso, la parte più difficile per noi venne dopo che nascesti. Prima di te avevamo perduto due bambini. La cosa più difficile fu domandarci se saresti stato portato via anche tu.»
Graham annuì. Il padre sembrò intuire il suo timore e cercò di placarlo. «Arabella è una giovane donna forte e sana. Sono certo che se la stia cavando splendidamente.»
«Sì, dev'essere così», rispose Graham.
L'orologio batté la mezzanotte, l'una, le due e le tre, ma ancora non giunse alcuna notizia. Graham sedeva su una poltrona accanto al focolare, assopito. Qualcuno bussò alla porta e lui si svegliò all'istante. Una cameriera entrò nella stanza e fece una riverenza. Graham e suo padre la guardarono in attesa.
«Mio signore, avete una figlia», annunciò. Graham rivolse al padre uno sguardo colmo di meraviglia.
«Ho una figlia», ripeté, quasi incapace di credere che fosse vero. Suo padre gli si avvicinò e gli diede una pacca sulla schiena.
«Congratulazioni, ragazzo mio!»
«Grazie, Amelia», disse Graham alla cameriera, quindi si precipitò fuori dalla stanza. Salì di corsa le scale fino alle camere del secondo piano e bussò alla porta.
«Avanti!», disse una voce. Graham girò la maniglia e aprì la porta. Arabella giaceva con dei cuscini dietro la schiena e stringeva fra le braccia un minuscolo fagotto. Si era già cambiata e la stanza era stata rimessa in ordine. Lui si avvicinò in silenzio al letto e si sedette. Arabella appariva stanca, ma era più bella di quanto lui la ricordasse. Guardò meravigliato il fagottino avvolto nelle fasce fra le sue braccia.
La bambina aveva la testolina ricoperta da una folta peluria biondo pesca. Teneva gli occhi chiusi ed emetteva nel sonno i versetti più adorabili. Lui sfiorò la soffice peluria color pesca sulla sommità del suo capo e se ne innamorò all'istante. Alzò lo sguardo verso la moglie, che gli rivolse un sorriso radioso. Poi lei tornò a guardare la loro bambina.
«Non è perfetta?», domandò.
«Sì, lo è», rispose Graham. Ancora faticava a credere che fosse tutto reale. Era padre. Padre! La gioia che provava in quel momento era diversa da qualunque altra avesse mai conosciuto. Mentre guardava il visino della sua minuscola figlia, fu pervaso anche da un istinto di protezione più forte di qualsiasi altro avesse mai provato. Sapeva che avrebbe sacrificato la vita per lei. Si alzò e si accomodò sul bordo del letto, cingendo con un braccio le spalle di Arabella.
«Come ti senti, amore mio?», domandò piano.
«Stanca. Ma incredibilmente felice», rispose. Lui vedeva bene quanto fosse esausta. Riusciva a malapena a tenere gli occhi aperti. «Vuoi prenderla in braccio?»
«Sì», rispose. Lei depose la bambina fra le braccia che lui tendeva e poi si sistemò per dormire. Dopo venti ore di travaglio, se l'era meritato.
Lui si alzò con cautela, facendo del proprio meglio per non urtare Arabella. Portò la sua neonata accanto al focolare e si accomodò su una delle poltrone vicine al fuoco scoppiettante.
Rimase seduto a lungo, limitandosi ad ammirare il suo bel visino. Quando, alcune ore più tardi, il sole cominciò a sorgere, la bambina iniziò ad agitarsi. Arabella si svegliò immediatamente. Graham tornò da lei e le porse la piccola.
«Come la chiameremo?», domandò.
«So che avevamo pensato di chiamarla Mary, ma non mi sembra proprio un nome adatto a lei», rispose Arabella.
«Sono d'accordo. Negli ultimi giorni ho pensato a un'altra possibilità e vorrei che mi ascoltassi. Che ne dici di Julia? In onore di mia madre?»
«Julia. Sì, mi piace. E Grace come secondo nome, in onore di mia madre?», domandò.
Graham annuì. «È perfetto. Julia Grace.» La bambina cominciò ad agitarsi. Lui si alzò e andò alla porta. «Vado a dirlo alla mamma.»
La condusse nella stanza pochi minuti dopo e Juliana non smise un istante di esclamare quanto fosse meravigliosa la bambina e quanto Arabella fosse stata brava. Arabella sorrise alla suocera. Fra loro le cose non erano perfette, ma miglioravano sempre più. Arabella depose Julia fra le braccia tese della nonna. Juliana era visibilmente commossa mentre guardava la nuova nipotina, e Graham capì che stava ricordando i figli perduti e al contempo accoglieva quella nuova vita. Sorrise tra le lacrime, sinceramente onorata, quando le rivelarono il nome che avevano scelto.
***
I mesi successivi volarono e ben presto cominciarono i preparativi per festeggiare il Natale. Juliana era diventata una nonna premurosissima, e Julia Grace adorava lei e la prozia Helena. Arabella sembrava nata per essere madre. Fioriva nella sua nuova vita, e zia Helena e zio Jacob erano felicissimi di vederla così serena.
Quell'anno il Natale fu un po' più tranquillo. La famiglia desiderava godersi il primo Natale di Julia Grace e decise di rinunciare a feste e baldorie in favore di una celebrazione raccolta in casa.
All'arrivo del Natale Julia non aveva ancora iniziato a gattonare, ma Arabella era certa che l'avrebbe fatto presto. Riusciva però a stare seduta da sola, e la famiglia si divertì a guardarla mentre apriva i regali. Graham cinse con un braccio le spalle di Arabella e sospirò. Juliana faceva saltellare Julia sulle ginocchia, mentre zia Helena le sedeva accanto e rideva con la bambina, che strillava di gioia.
Julia aveva unito le due famiglie. La classe sociale non aveva più importanza. I legami d'amore erano più forti delle meschine gelosie e delle divisioni fra classi sociali. Arabella e Graham osservavano quella scena, grati che la loro famiglia fosse ormai completa.
«Ti amo, Arabella Evans.»
«Ti amo anch'io», disse lei, sorridendo al marito.
Lui si chinò e la baciò. Era valsa la pena aspettarla.
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